Porcikomodi: I nostri animali 2016-11-20T00:56:56+00:00
La rete dei santuari degli animali liberi

Gli animali ospiti nei rifugi

Vitadacani, con il progetto Porcikomodi, salva e mantiene quasi 200 animali distribuiti in 2 rifugi.
Abbiamo bisogno anche del tuo aiuto, vieni a conoscerli oppure adottali a distanza.
Clicca sulle foto per scoprire le loro storie e adottarli

Come tutti gli animali “da reddito”, anche le mucche, se lasciate libere di vivere come vorrebbero e dovrebbero, dimostrano intelligenza e sensibilità.
Sono animali che costruiscono tra loro una complessa rete sociale. Si assistono ed aiutano, ad esempio costituendo dei veri e propri “gruppi di grooming”, come fanno gli scimpanzé.
Imparano dal comportamento dei propri simili, e basano le loro azioni e decisioni su altruismo e compassione.
Stringono profondi rapporti di amicizia, hanno una notevole intelligenza e una grande memoria.
Sono in grado di risolvere problemi anche complessi, e gioiscono quando riescono nell’intento.
Imparano dalle esperienze passate.
Come noi, sono perfettamente in grado di provare emozioni: paura, ansia, dolore, preoccupazione per il futuro.
Proviamo quindi ad immaginare cosa possa significare per loro ogni singolo istante della loro vita negli allevamenti.
I vitellini vengono separati dalle loro madri subito dopo il parto. L’allontanamento forzato provoca in loro e nelle mucche ansia e dolore. Quegli animali destinati a diventare “vitelli da latte” vengono rinchiusi in recinti poco più grandi di loro (e successivamente in recinti più grandi, affollatissimi) e alimentati con scarti della produzione casearia, integratori e farmaci. Il tutto per impedire la formazione dei muscoli, e garantire carne tenera e bianca. Carne da animali appena nati resi anemici e ipotrofici. A soli sei mesi, ancora bambini, vengono caricati sui camion destinati ai macelli.
Di poco più lunga l’agonia di “manzi” e “vitelloni”, uccisi entro i 20 mesi di età.
Le femmine invece sono destinate ad essere sfruttate per anni come produttrici di latte.
Inseminate artificialmente, costrette a parti continui, separate dai loro figli, legate alle mungitrici automatiche, affette da mastiti ed altre patologie, costrette ad una iperproduzione di latte, fino a dieci volte superiore a quella naturale.
Se è vero che pecore e capre sono stati i primi animali a subire la domesticazione da parte dell’uomo, è anche vero che sono quelli a cui viene ancora risparmiato lo strazio dell’allevamento intensivo, al contrario di maiali, mucche e galline.
La bassa richiesta del mercato e la elevata rusticità non hanno infatti finora stimolato l’industrializzazione dell’allevamento, che conserva tutt’ora la sua facciata di bucolica tradizione millenaria. Le greggi vivono brade, in alta montagna d’estate e in pianura d’inverno.
Il basso rendimento economico e il basso costo degli animali, uniti al fatto che la loro vita semilibera riduce i fattori di stress, mettono loro al riparo dal massiccio utilizzo di farmaci che invece caratterizza altre tipologie di allevamento.
Ma la loro vita, non ostante le apparenze, è tutt’altro che bucolica. A cominciare dagli spostamenti in camion a cui vengono costrette due volte l’anno: prima verso le montagne e poi quando ne discendono.
Le femmine sono costrette a parti continui, per poi essere destinate al macello quando la loro “produttività” inizia a calare.
Agnelli e capretti vengono strappati alle loro madri, appesi per le zampe per essere pesati, legati a mucchi come fossero sacchi, terrorizzati e doloranti; poi spintonati e picchiati vengono caricati sui camion, costretti a viaggi estenuanti che finiscono nei macelli, dove li aspetta la morte per dissanguamento. Una realtà terribile, che stride e cozza con la natura di questi giovani animali, e con la visione falsata che viene troppo spesso propinata quando si parla di pastorizia.
Una realtà di recente mostrata da un’investigazione condotta in Italia da Animal Equality
Anche la tosatura è fonte di enorme stress e dolore fisico.
E anche per capre e pecore lo sfruttamento per la produzione di latte e latticini significa accoppiamenti e parti continui, cuccioli strappati alle loro madri, mastiti e infezioni per le femmine costrette ad una iperproduzione di latte e alla mungitura meccanica.
Eppure capre e pecore sono animali sensibili ed intelligentissimi, in grado di provare la nostra stessa gamma di emozioni: gioia, paura, rabbia, noia, disgusto. E sono in grado di percepire lo stato d’animo degli altri animali, umani e non.
Sono animali sociali. Scodinzolano come i cani. Stringono rapporti di affetto tra loro e con gli esseri umani. Sono in grado di riconoscere e ricordare per anni la fisionomia dei loro simili e degli esseri umani con cui vengono in contatto.
La loro capacità cognitiva è pari a quella di altri grandi mammiferi. Sottoposte a dei test cognitivi (purtroppo finalizzati al loro utilizzo nella ricerca scientifica come modelli del morbo di Huntigton presso l’università di Cambridge), hanno dimostrato un’elevata capacità di apprendimento, e di adattare quanto appreso alle diverse circostanze che si presentano loro.
I piccoli sono tra gli animali più vivaci e giocherelloni che ci siano. Si rincorrono, saltano, fanno capriole. Si invitano a vicenda al gioco saltando in alto e scalciando con le zampe posteriori.
E, mentre da piccoli hanno lo stesso comportamento, crescendo pecore e capre mostrano le loro differenze etologiche. Le pecore sono molto sociali, tendono a stare in gruppo, con una femmina anziana, la più saggia, come guida. Invece le capre sono maggiormente indipendenti. Hanno un elevato senso dell’umorismo. Si divertono a fare scherzi e dimostrano poca o nessuna paura degli esseri umani. Soprattutto quelle che hanno la fortuna di vivere tranquille, al sicuro da ogni sfruttamento. Come quelle che sono ospiti da noi: Belzebù, Stellina, Jerry… Vieni a conoscerle!
Il maiale è il mammifero più intelligente e sensibile. La sua capacità di apprendimento, incluso il linguaggio umano, è superiore a quella di un cane. La sua abilità e capacità nel gioco è superiore a quella di un bambino di tre anni. Secondo alcuni studiosi la sua intelligenza è pari a quella dei primati non umani.
I maiali sognano, imparano facilmente giochi come il sedersi per ricevere un premio. Amano ascoltare la musica, giocare a palla e ricevere massaggi e carezze.
Comunicano tra di loro con un linguaggio verbale complesso.
Un cucciolo impara presto il proprio nome, riconosce gli esseri umani, distingue oggetti e suoni.
Riconosce e segue la voce della propria mamma, la quale canta ai suoi piccoli durante la poppata.
Sono animali emotivi e socialmente avanzati. Interagiscono tra di loro con modalità osservate solo nei primati.
Studi della Purdue University (USA) sul comportamento sociale dei maiali hanno dimostrato che essi si deprimono facilmente se vengono isolati o se non possono giocare con gli altri.
La carenza di stimoli mentali e fisici può portare al peggioramento della loro salute e ad una crescente incidenza di determinate malattie.
Quando possono vivere liberi sono sociali, giocosi, protettivi, uniti gli uni agli altri. Si costruiscono il loro giaciglio, amano rilassarsi al sole e rinfrescarsi nel fango.
Negli allevamenti, invece, tutto viene loro negato.
Le femmine vivono rinchiuse in gabbie singole, prima quelle di gestazione, poi, dopo essere state inseminate artificialmente, quando sono in procinto di partorire, nelle gabbie delle sale parto. Qui ogni movimento è impedito. Non possono girarsi, non possono far altro che alzarsi e stendersi.
Non possono neanche accudire i propri piccoli, i quali anzi spesso finiscono schiacciati dal corpo
della propria madre, proprio a causa della mancanza di spazio dell’impossibilità di movimento a cui questa è costretta.
I cuccioli vengono sottratti alle madri finito il periodo di allattamento, e queste ricondotte nelle sale di gestazione, di nuovo in gabbia.
Stesso destino di solitudine per i maschi riproduttori, detti verri. Vivono la loro vita rinchiusi in piccole celle, nelle stesse stanze in cui vivono le femmine. Senza mai poterle toccare, senza mai potersi avvicinare.
I piccoli vengono, senza anestesia e troppo spesso da personale non idoneo, castrati, vien loro tagliata la coda e strappate le zanne. La castrazione è utilizzata per impedire che le carni assumano un sapore troppo forte. Le amputazioni di coda e zanne invece per evitare che i maiali, resi aggressivi dal sovraffollamento in cui sono costretti a vivere, si feriscano tra di loro.
La loro breve vita si dipanerà in giornate sempre uguali, in capannoni chiusi, in recinti troppo
stretti, in mezzo ai loro stessi escrementi.
E si conclude, quasi sempre dopo pochi mesi, quando vengono caricati a forza su un camion, insieme a verri non più fertili e scrofe non più produttive. Costretti a viaggiare per ore, pigiati gli uni agli altri, diretti al macello. Qui vengono scaricati e condotti nelle stalle, in attesa del loro turno, con le urla di quelli che vengono uccisi nelle orecchie. Molti restano vittime di quella che viene definita “sindrome da stress suina”. La loro temperatura si alza repentinamente, iniziano a tremare, e muoiono. Letteralmente di paura. Gli altri verranno invece prima storditi, poi sgozzati, sbollentati e fatti a pezzi.
Questo era il destino a cui Mirtillo, Orchidea, Naso e gli altri sono sfuggiti.
Loro, i pochi fortunati, vivono ora come ogni maiale dovrebbe e vorrebbe vivere.
Cavalli e asini, nell’accezione comune, vengono visti come “animali da lavoro”, meri strumenti al servizio dell’uomo, utilizzati nei lavori pesanti, nello sport, negli spettacoli circensi.
Strumenti che, quando diventano inutili perché vecchi o malati, vengono “dismessi” ed inviati a morte, affinché il loro corpo possa essere sfruttato per un’ultima volta come cibo.
Dopo una vita di lavoro e sfruttamento gli equini devono affrontare, prima di venire uccisi, un’ultima agonia infernale: il viaggio verso il macello. In Italia, dove ogni anno vengono macellati più di 84 mila cavalli e 1700 asini, la maggior parte degli equini uccisi per consumo umano provengono dall’estero: Spagna, Lituania, Romania e Polonia. Prima di essere uccisi vengono costretti a viaggi estenuanti, fino a 46 ore, stipati uno contro l’altro spesso senza riposo, senza cibo e acqua adeguati, a temperature che d’estate superano i 40 gradi.
Ma anche prima di finire in un mattatoio, la loro esistenza è quanto di più distante si possa immaginare da quella che, per la loro natura e caratteristiche etologiche, dovrebbe essere.
Costretti a lavori pesanti, a performance degradanti, rinchiusi nelle scuderie, in box singoli, isolati dai loro simili e dal mondo esterno, costretti ad un’eterna prigionia in solitudine.
Se liberi di vivere, invece, sia asini che cavalli vivono in stretta vicinanza con i loro simili,in gruppi coesi, guidati dallo stallone più forte o, più spesso, dalla femmina più saggia, regolati da complesse relazioni sociali.
Come quelli che possiamo osservare tra i nostri ospiti, liberi di correre a piedi nudi (i nostri cavalli ed asini non sono ferrati: noi seguiamo per loro la filosofia del “bare foot”, nel pieno rispetto della loro dignità e libertà), di curiosare, giocare o riposare all’ombra degli alberi.
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